Cosa succede quando 11 persone si ritrovano dentro un’opera d’arte? All’interno dell’installazione di Gabriele Silli alla fondazione D’ARC, abbiamo portato il gruppo nomade OpenToTheInsideOut.
Nessun setting tradizionale.
Nessun cerchio perfetto.
Abbiamo scelto uno spazio asimmetrico, con confini porosi e il pubblico che osservava dalle fessure della rete. L’evidenza che ne emerge scardina un dogma: l’idea che per creare ponti servano condizioni asettiche. Quando il setting si fa imperfetto, la spinta umana a relazionarsi prevale. Il gruppo ha attraversato un’attivazione emotiva sinusoidale, muovendosi tra sogni condivisi e ritiri nel controllo, spostando in una direzione senza oggetto e svestendosi della performance.
Una domanda rimane sospesa: chi ha davvero bisogno di essere cambiato? Il dentro o il fuori?
Il gruppo analitico non è un rifugio per curare l’individuo isolato e restituirlo a un tessuto sociale tossico. Il gruppo è lo strumento politico per trasformare la società stessa: creare reti collettive che reggono la vulnerabilità significa disinnescare la necessità della cura individuale. Perché è la trama sociale a sostenere il corpo.
OpenToTheInsideOut abita lo spazio della conferenza in due momenti diversi per rompere il flusso di parole.
Lavoriamo proponendo il silenzio ma dire “Silence is Dangerous”, impressiona, apre una piccola breccia.
Anche dove si scambiamo linguaggi di rottura come nei 3 giorni intensi di Atene, si annida sempre il pensiero del “si sa che queste sono le regole del gioco”.
Noi non ci siamo stati e abbiamo proposto un modello diverso di conoscenza, ricerca, relazione.
Il lavoro con il collettivo Blip, durante Natural Mind 2025.
L’evento si è svolto presso il Real Sporting Club di Roma dove abbiamo presentato la performance di gruppo OpenToTheInsideOut.